Ma siamo sicuri che le nuove generazioni…?

In questi giorni stavo riascoltando la colonna sonora di GTA Vice City e tra le varie radio ascoltabili nel gioco c’è Wave 103, che si autodefiniva come la radio “for the generation that is carrying the weight of the World on its shoulders”. E questa frase mi ha fatto ragionare, o meglio, mi ha fatto scoprire l’acqua calda visto che da che mondo è mondo sono sempre le nuove generazioni quelle che prima o poi dovranno prendere in mano le redini del mondo, quelle che dovranno fare di più di quello che hanno fatto i loro padri, impegnarsi a migliorare sempre di più. E’ inutile che adesso vi stia a fare una lezione di storia su quali siano state le migliori generazioni perché il punto è un altro.

Oggi, infatti ,nel “Buongiorno” di Massimo Gramellini su La Stampa viene riportata una lettera al giornale che mi ha fatto pensare ancora di più e che vi riporto per intero:

Ho 32 anni e un dottorato di ricerca in lingue straniere. Per sbarcare il lunario e pagare l’affitto dell’appartamento che condivio con il mio compagno ho accettato di dare lezioni private a un quattordicenne svogliato e apatico. Di fronte alla mia ennesima esortazione a cercare il significato di un verbo sul vocabolario di latino, il ragazzo si oppone perché “tanto è come dico io…” (in latino ha la media del 4). Cerco di spiegargli con calma che per migliorare è necessario uno sforzo maggiore – compreso quello di sfogliare le pagine del vocabolario – ma lui niente. Allora lo riprendo con maggiore enfasi, dicendogli che nello studio c’è bisogno anche di un po’ di umiltà. Diventa viola dalla rabbia, assume il tono della vittima e mi sbatte la porta di casa in faccia. Il giorno dopo ricevo un sms dalla madre del ragazzino (si faccia attenzione alla modalità di comunicazione scelta dalla signora). Afferma di avere constatato il turbamento del figlio a seguito delle mie ingiuste critiche. E mi spiega che il rimprovero non è un approccio corretto verso un ragazzo che andrebbe invece appassionato allo studio. In conclusione mi ha “licenziata”. Noi giovani disoccupati viviamo costantemente sotto ricatto: di un contratto a tempo, di un datore di lavoro che sfrutta la tua condizione precaria e perfino di un ragazzino viziato la cui pigrizia è alimentata da genitori che lo giustificano. Se fossi stata zitta e l’avessi assecondato, adesso avrei ancora quel lavoro. Malgrado questo, una parte di me si rallegra di aver ricevuto un’educazione diversa.

Al che questa lettera mi ha ricordato di un altro articolo che lessi qualche mese fa sul Corriere della Sera ai tempi delle turbolente manifestazioni studentesche durante il governo Monti. In questo articolo si parlava di un ragazzo che in quei giorni si era messo in luce durante le contestazioni. Si trattava di un giovane liceale romano, figlio di famiglia benestante (genitori separati mi pare) che viveva con i soldi che gli passava la madre nonostante a scuola le insufficenze fioccassero e lui preferisse passare il tempo a bighellonare con i “compagni” piuttosto che impegnarsi a scuola. Questo nonostante il padre lo avesse più volte rimproverato di tagliargli i soldi se il suo rendimento scolastico non fosse migliorato, altrimenti avrebbe dovuto cercarsi un lavoro. Ma la madre aveva continuato a sostenerlo. Come se il mondo lo si potesse cambiare magari senza sapere cosa sia il Risorgimento o chi era Cavour o cosa si festeggia il 25 aprile.

La domanda finale quindi è (e credo che non ci sia bisogno di aggiungere più niente da parte mia): siamo proprio sicuri che le nuove generazioni, che tanto indichiamo come “il futuro”, siano davvero degne delle nostre aspettative? Adatte a migliorare quello che hanno fatto i loro padri senza ripeterne gli errori? E’ giusto giustificare sempre i propri figli indipendentemente dal loro operato, viziandoli? Perché tanta ansia a consegnarli un mondo che non saprebbero gestire? A voi l’ardua sentenza.

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La bufala dei finanziamenti pubblici ai giornali

Va bene lo ammetto, è la prima volta che mi cimento in un campo che di solito non mi compete ma visto che il vantaggio di internet è che chiunque possa dare la sua opinione su qualsiasi cosa perché non sfruttarlo? Certo,  c’è sempre chi è pronto a esaltare la libertà della rete, basando su di essa il proprio potere, per poi non essere disposto ad accettare i commenti negativi che gli si rivolgono, sminuendoli come trolls, e non pensando che se lui può dire quello che gli pare sul suo blog ci sia qualcuno che possa rispondergli quello che gli sembri più opportuno. E’ il web bellezza e tu non puoi farci niente.

Ma veniamo al nocciolo della questione. Uno dei cavalli di battaglia di questo sedicente personaggio politico e del suo altrettanto sedicente quanto arraffazonato movimento è la lotta ai finanziamenti pubblici all’editoria, con i suoi sostenitori che dalle pagine di Facebook si scagliano contro testate come La Repubblica o Il Corriere della Sera giustificando le critiche che muovono nei loro confronti con il fatto che non sarebbero disposti a rinunciare ai finanziamenti che ricevono dallo stato. Quindi, manipolati dalla Spectre delle lobby politiche, sarebbero spinti a criticare codesto movimento perché sarebbe pronto a toglierli i soldi. Ebbene cari sostenitori del movimento c’è un piccolo problema: né La Repubblica, né il Corsera, né qualsiasi altra grande testata nazionale riceve alcun finanziamento dallo Stato!

La pulce nell’orecchio me l’ha messa qualche sera fa Massimo Gramellini, a cui approfitto per manifestare la mia stima, a Che Tempo che Fa. Allora, spinto dalla curiosità sono andato cercare un po’ di informazioni su internet, per prima cosa mi sono imbattuto nella legge 23 dicembre 2000, n. 388 la quale stabilisce che i finanziamenti vengano erogati a:

“imprese editrici di quotidiani e periodici, anche telematici, che, oltre che attraverso esplicita menzione riportata in testata, risultino essere organi o giornali di forze politiche che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o rappresentanze nel Parlamento europeo o siano espressione di minoranze linguistiche riconosciute, avendo almeno un rappresentante in un ramo del Parlamento italiano nell’anno di riferimento dei contributi”.

E questo dovrebbe già dar da pensare. Allora ho fatto di più, sono andato sul sito del governo dove sono disponibili tutte le cifre dei finanziamenti all’editoria (qui le cifre relative al 2011: http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2011/contributi_stampa_2011/stampa_2011.html) e sorpresa! I finanziamenti vengono sì erogati, ma a testate di cui raramente si è sentito parlare, dei grandi quotidiani non v’è la benché minima traccia. L’unico giornale di una certa diffusione che riceve soldi pubblici è L’Unità che guardacaso è l’unico a cui si aggrappa questo signore attempato e perennemento sull’orlo di un infarto perché altrimenti non saprebbe che dire. Ma io dico: perché te la prendi con L’Unità che vanta una diffusione tutt’ora piuttosto ampia? Perché non se la prende con Cronache di Liberal o Europa o Il Denaro (ma chi sono costoro?) o Il Foglio o con qualsiasi altro giornaletto messo su solo per prender soldi dallo Stato? Perché prendersela con il finanziamento all’editoria quando alla fine i giornali veri che li prendono sono davvero pochi (quattro-cinque in tutto)? Non è che sotto sotto lo fa perché L’Unità è il quotidiano più vicino al PD?

Quindi è inutile che quell’altro fogliaccio, ma com’è che si chiama? Il Falso Quotidiano? Ah no, il Fatto Quotidiano sbandieri ai quattro venti il fatto che non riceve soldi pubblici, perché non li ricevono neanche gli altri.

Meditate gente, meditate. E imparate ad informarvi autonomamente.