I dischi fondamentali della storia del rock: Who’s Next

Copertina dell'album

The Who: Roger Daltrey (voce); Pete Townshend (voce, chitarre, tastiere); John Entwistle (basso); Keith Moon (percussioni).
 Tracklist: 1.Baba O’Riley; 2. Bargain; 3. Love ain’t For Keeping; 4. My Wife; 5. The Song Is Over; 6. Getting In Tune; 7. Goin Mobile; 8. Behind Blue Eyes; 9. Won’t Get Fooled Again.

 

Come si può non amare una band che non può guardare un monolite senza pisciarci sopra? Sopratutto se il monolite in questione rappresenta un grande e ambizioso progetto originale di Pete Townshend, vero genio creativo del gruppo.

Who’s Next, infatti, prende origine da Lifehouse: un intricato, ossessivo quanto profetico progetto trasformatosi in una sconclusionata raccolta di canzoni e presto abbandonato. Tutto ciò perché Townshend aveva l’ossessione che la sua musica dovesse trascendere dagli scopi commerciali dei produttori, al contrario di quanto stava accadendo al suo altro capolavoro Tommy, che denuncia la fragilità dei miti che l’uomo si crea.

“Chiamerei Il prossimo dei Who (Who’s Next) un qualsiasi LP che ne segua un altro”, affermò Pete Townshend nel 1973 aggiungendo: “Naturalmente non ho nulla in contrario a questi album”. Chiaro che no! Spogliato del suo intento originario, il risultato di molti esperimenti musicali, di un paio di esaurimenti nervosi, di fiumi di alcool e di numerose canzoni scartate non è solo un grande album dei Who ma rappresenta uno dei modelli fondamentali per un disco rock. Che sia il loro migliore LP è comunque discutibile. Ce ne sono altri che possono sfidarlo: l’album del debutto My Generation (1965) e il presto dimenticato The Who sell out (1967). Ma c’è una cosa che non può essere messa in discussione: la struttura di Who’s Next è perfetta e contiene quattro capolavori assoluti. Il primo, Baba O’Riley, apre il disco; altri due, Bargain e Behind Blue Eyes, commuovono ed eccitano; l’ultimo, Won’t Get Fooled Again, chiude l’album in bellezza; le altre canzoni, comunque ottime, fanno da contorno.

Un’altra indubbia qualità del disco è il suono: il migliore che il gruppo abbia mai avuto. La forza e l’energia delle esecuzioni dal vivo sono perfettamente trasportate in studio. Il suono dei sintetizzatori non altera il loro caratteristico sound e la furia delle loro canzoni è assecondata da tante chitarre acustiche e sprazzi di piano qua e là. John Mendelsson, critico di Rolling Stone, ha definito il disco un’icona dello stile Who e in particolare Won’t Get Fooled Again rappresenta la sintesi perfetta della loro evoluzione musicale. Per la prima volta, inoltre, viene sfruttata al meglio la differenza tra le varie personalità del gruppo.

Il disco funziona non solo perché Daltrey canta in maniera eccezionale, Townshend ci trascina con i suoi power chords, Moon batte sui tamburi come un ossesso e Entwistle esegue delle linee di basso veloci e precise, ma anche per i temi che esso presenta. Pur non essendo un concept album, le canzoni esprimono il contrasto tra idealismo e disillusione, tra gioventù e vecchiaia e Bargain in particolare, la collisione tra il potere dell’amore e l’amore del potere.

Parte del successo va attribuita anche al produttore Glyn Johns che due anni prima aveva mixato Led Zeppelin II in qualità di tecnico del suono.

Nonostante l’ampio successo di pubblico e di critica i componenti del gruppo hanno sempre considerato il disco come un ripiego: semplicemente Who’s next (Il prossimo dei Who).

The Who (da sinistra a destra): Roger Daltrey, Pete Toownshend, Keith Moon, John Entwistle

© Matteo Di Giovanni 2007

I dischi fondamentali della storia del rock: Led Zeppelin IV

Copertina integrale del vinile.

Led Zeppelin: Robert Plant (voce, armonica); Jimmy Page (chitarre, mandolino); John Paul Jones (basso, tastiere, mandolino), John Bonham (percussioni); ospiti: Ian Stewart (piano su Rock and roll); Sandy Denny (seconda voce in The battle of evermore).
 Tracklist: 1.Black Dog; 2.Rock and roll; 3.The battle of evermore; 4.Stairway to heaven; 5.Misty mountain hop; 6.Four Sticks; 7.Going to California; 8.When The Levee Breaks.

Una copertina anonima. 23 milioni di dischi venduti solo in America. Uno dei migliori dischi hard rock della storia. Una pietra miliare nella carriera dei Led Zeppelin.

La scelta di quale sia il miglior album dei Led Zeppelin risulta sempre molto ardua. Questo perché la loro produzione (10 dischi in 12 anni) è di altissimo livello e praticamente ogni disco ha delle caratteristiche che lo rendono unico. Comunque, sono quasi tutti d’accordo nel considerare IV l’album più importante, non tanto per il tipo di musica proposta (per certi versi II è migliore), ma per come è proposta e per il periodo in cui è uscito. Ma andiamo con calma. La band era appena passata attraverso un periodo non propriamente felice dopo l’uscita di III, non apprezzato da critica e pubblico per le sue amosfere più folk che rock. “Il terzo album aveva dimostrato che i Led Zeppelin non erano assassini monomaniaci (…), ma illustra il loro amore per la pace e la natura”[i], non proprio quello che voleva il loro pubblico. Furono così costretti a fare marcia indietro e tornare a “temi brucianti di passione e carnalità”[ii] senza però abbandonare le atmosfere acustiche di III.

I Led Zeppelin (da sinistra a destra): John Paul Jones, John 'Bonzo' Bonham, Jimmy Page, Robert Plant.

Alla fine del 1970, dopo un periodo di riposo nel cottage di Bron-Y-Aur (Galles), Page si mise subito all’opera trasferendo band e attrezzatura a Headley Grange per registrare in un ambiente meno asettico di quello degli Island Studios di Londra e, dopo l’arrivo del futuristico Rolling Stones Mobile Unit (uno studio mobile attrezzato di tutto punto), le registrazioni cominciarono tra una serata all’aperto e una passeggiata tra i boschi. Dopo questo periodo spensierato e prolifico i nastri furono portati a Londra per il mixaggio e per aggiungere le sovraincisioni, il che richiese molto tempo e una dose ingente di lavoro.

Il disco si apre con una canzone dal riff  del tipo “fuoco a volontà”, molto bello ed estremamente efficace, per concludersi con un magnifico assolo di chitarra. L’uno-due tra voce e chitarra è probabilmente ispirato a Oh Well! dei Fleetwood Mac e il titolo prende spunto da un cane che si aggirava nei paraggi: Black Dog. Il secondo brano, Rock and Roll, è una composizione “trovata”. Page e Bonham, infatti, stavano improvvisando su una canzone di Little Richard mentre il registratore era ancora acceso. Dopo 12 battute il registratore si fermò ma il materiale era sufficiente perché Plant vi scribacchiasse sopra un testo esuberante e ne uscisse la base per un altro brano famosissimo. La canzone sucessiva ribadisce la volontà dei quattro di continuare a mostrare il loro amore per la pace e la tradizione e fu riscritta come un moderno discendente delle saghe di battaglia anglosassoni. Il quarto pezzo è “La Canzone” dei Led Zeppelin, la prima che si ascolta e la prima che si impara a suonare, una canzone che ha fatto il giro del mondo ma anche la più misteriosa che ha dato adito alle più svariate interpretazioni. Ci appare come una tranquilla ballata ma si conclude con uno dei migliori assoli di chitarra di sempre. Sembra che il testo, scritto di getto, quasi dettato da un entità soprannaturale, sia circondato da un alone di magia, una sorta di “ineffabile sete di trasformazione spirituale”[iii] ispirata a “Le arti magiche della britannia celtica”. Il suo titolo è Stairway to Heaven (Una scala per il paradiso).

Jimmy Page con la sua SG a doppio manico

Così si conclude la prima facciata, con un brano molto impegnato dal punto di vista spirituale che invita a riflettere. Il lato B invece ci appare quasi spensierato, come se si fossero dimenticati di tutto quello fatto sino ad allora. Si comincia con la “fricchettona” Misty Mountain Hop che racconta una storia di hippies. Si continua con Four Sticks, un improvvisazione di Ian Stewart, e con la ballata Going to California, dedicata a Joni Mitchell, che esprimeva la voglia“jet life” del gruppo. L’ultimo pezzo è un blues molto pesante ma estremamente efficace che narra di argini che si rompono e di terre inondate: When The Levee Breaks.

La scelta di far uscire il disco senza nomi o titolo sulla copertina (IV è il nome ufficioso, ma da alcuni è anche chiamato Zoso, Four simbols o semplicemente Untitled) non piacque affatto alla casa discografica Atlantic, che ne ritardò l’uscita di alcuni mesi perché ai responsabili dell’etichetta sembrava un suicidio commerciale. Questo può essere preso come un atto di superbia dei quattro che non avevano bisogno di presentazioni tanto erano famosi, ma come Page disse in seguito “arrivammo al punto in cui pensammo: bene, faremo un album senza titolo come per dire se non vi piace non dovete comprarlo solo per il nome”. “Nobile, forse, ma anche un po’ falso. Senza titolo, nessun nome del gruppo, nessuna canzone – solo un testo e quattro rune, una per ogni membro del gruppo, sulla busta interna – la “non confezione” di IV ebbe delle vendite vertiginose solo per l’aspetto mistico che si veniva a creare”[iv]. “Questa scelta di anonimato permette di liberare ulteriore spazio per la creatività dei grafici. Che per l’occasione sono gli stessi Plant e Page. Il primo trova in un negozio di antichità la stampa del contadino che campeggia sulla facciata anteriore e insieme sviluppano il progetto grafico: una foto che occupa fronte e retro contrapponendo simbolicamente quell’immagine del passato a un presente rappresentato, sullo sfondo, da una moderna città vista tra le macerie. Di rilevanza artistica anche l’interno di copertina (…): un oscuro eremita in cima ad una montagna”[v].

Robert Plant (1973).

Naturalmente il giudizio della critica non è univoco e a volte tende ad essere addirittura negativo e si dice che il disco “del paradiso non possiede né forma né sostanza, è tremolante e cupo”[vi], ma che è anche “un album che fa breccia negli appassionati della musica rock, che lascia intravedere come la formazione britannica abbia raggiunto una solidità espositiva e una dose espressiva vertiginose[vii]. Naturalmente quello che conta è il giudizio dell’ascoltatore. Eccovi un estratto di recensione dell’epoca: “Il primo ascolto porta subito a delle reazioni positive: più pesante (anche più rumoroso) di III, qualche morbidezza buttata lì, i soliti riff ripetitivi, un tentativo di ritornare al sound di successo di II. Ma dopo un po’ che l’ascoltate si addolcisce. La voce di Plant si inserisce a meraviglia e i ritmi scanditi cominciano a prendere una coerenza e un significato che hanno bisogno di una certa attenzione per essere compresi. E’ interamente caratterizzato dalla tipica vibrazione Zeppelin, ma dopo qualche ascolto comincia forse  ad essere un po’ monotono. Forse non è il migliore album, ma è sicuramente di livello superiore a qualsiasi altro gruppo inglese (…). La grafica di copertina non ha alcun legame con il disco precedente e non esiste titolo. Chiedete semplicemente l’ultimo disco dei Led Zeppelin”[viii].

NOTE

[i]S. Davis, Il martello degli dei, Arcana editrice, Roma, 1985

[ii]ivi

[iii]ivi

[iv] Heaven sent, in “Q magazine special edition: Led Zeppelin – Classic rare and unseen”

[v]C. Minervini, Fuoco cammina con me, in “Tribute by Rockstar n 11– Led Zeppelin”

[vi]N. Allison, Ancora vivo, in “Rockstar” n 117 (giugno 1990)

[vii]A. Santamaria, Un dirigibile nei cieli di Londra, inMusikbox” n 27 (settembre 2006)

[viii]Zep get heavier, in “Record Mirror” (27/11/1971)

© Matteo Di Giovanni 2007, riproduzione riservata.