il web “fatt’ ha del cimitero mio cloaca / del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso / che cadde di qua sù, là giù si placa.”

Queste parole Dante metteva in bocca a San Pietro nel canto XXVII  del Paradiso de La Divina Commedia (vv. 24 – 27) accusando così, per bocca del padre della Curia romana, lo scellerato operato di Bonifacio VII di cui l’Alighieri era fiero oppositore. Ma venendo ai nostri giorni queste parole possono benissimo essere riferite ad un luogo che voi tutti conoscete e che frequentate ogni giorno. Il web. E già, proprio la liberissima rete, il luogo dove ognuno può dire la sua, la nuova terra delle opportunità è forse il luogo più volgare, violento e pericoloso che esista sulla faccia della terra. Ma tralasciamo i pericoli, di cui penso tutti voi siate ben consci (truffe, pedofilia, furti d’identità, cyberbullismo, ecc…), e concentriamoci sugli altri due punti: la volgarità e la violenza, che naturalmente sono sempre collegati al concetto di pericolosità. Per quanto riguarda la volgarità è troppo facile individuare il colpevole nella pornografia e affini ma in realtà è una cosa più subdola. Qualcosa che va a braccetto con la violenza e che purtroppo è diretta conseguenza della libertà della rete, o forse dovrei dire libertismo.

Ormai infatti, per quello che può valere la mia modesta opinione, la gente ha talmente il cervello in pappa con questa storia del web libero che crede che offendere, minacciare di morte e diffamare qualcuno sia un suo diritto inalienabile. Esiste però un confine non proprio sottile tra utilizzare il web per esprimere un’opinione e/o un dissenso e l’utilizzarlo per scrivere porcherie nascondendosi, da vigliacchi, dietro uno pseudonimo. Quello che è successo al presidente della Camera Laura Boldrini, minacciata di morte e di stupro, ne è l’esempio lampante. Voi, se venissi sulla bacheca della vostra ragazza/moglie/amante e scrivessi “brutta puttana prima ti stupro e poi di ammazzo a coltellate” e altre amenità varie, sareste contenti? Eppure c’è tanta gente che difende questi, non so come chiamarli, porci. Gente che dice: “queste sono tutte scuse per mettere il bavaglio alla rete!” Ma quale bavaglio e bavaglio, gente come questa è giusto che venga punita. Sta abbassando il livello del confronto talmente in basso che ormai non sappiamo più discutere civilmente nemmeno a quattr’occhi e stiamo raggiungendo punti di degenerazione che quasi ci riportano al Medioevo. Quello che esiste sulla Rete è specchio di una profonda e troppo sottovalutata deriva culturale, che in tempi di crisi rischia di proliferare in maniera del tutto incontrollata. Ma guardiamoci negli occhi ed evitiamo ipocrisie.

Vi invito infatti a visitare un sito di sport, andateci la domenica o il lunedì dopo le partite di campionato e leggete i commenti agli articoli sul calcio. Si leggono delle cose allucinanti. Troppa gente, nascondendosi vigliaccamente dietro un pseudonimo, si sente libera di augurare la morte ai tifosi delle squadre avversarie e non solo. Tanto che in alcuni casi si sono raggiunti limiti in cui gli amministratori sono dovuti intervenire e hanno cominciato pubblicare i commenti solo previa approvazione da parte loro. Quindi basta sparare cavolate, perché se difendete così ardentemente la rete vuol dire che non la conoscete altrimenti sapreste che già da tempo c’è chi si sta prevenendo verso questo dilagare di volgarità e violenza censurando, giustamente, comportamenti scorretti e/o osceni. Insomma i troll non vi insegnano niente? Lo stesso Beppe Grillo si tutela nei loro confronti esercitando una censura preventiva onde evitare che il suo blog diventi un ricettacolo di insulti e volgarità. Addirittura alcuni giornalisti danno mandato ai loro avvocati di controllare costantemente i commenti ai loro articoli e di procedere nel caso in cui ricevano minacce e insulti pesanti (me lo hanno detto di persona). Sono quindi contento che Laura Boldrini abbia sollevato una questione in tal senso, perché, a mio parere, è un problema che merita in qualche modo attenzione. Sbaglia infatti chi prende questi comportamenti con leggerezza, voi se per caso vi arrivasse una lettera minatoria la ignorereste? Anche se le modalità di comunicazione sono diverse, una minaccia via web è pur sempre una minaccia. Punto.

Molta gente prova a giustificare queste azioni dicendo che “forse dovresti chiederti perché si rivolgono a te in quel modo”. Ma è proprio questo il punto! Spesso, anzi quasi sempre, non c’è assolutamente alcun motivo che giustifichi tali azioni se non la volontà di insultare gratuitamente il prossimo. Uno prova a fare un ragionamento con un commento del tutto educato e viene sommerso da commenti del tipo: “se un decerebrato”, “vaffanculo coglione”, “sparati”. Ma secondo voi può essere normale questo livello di discussione?

Adesso lungi da me dal criticare internet. E’ uno strumento potentissimo, è un ausilio unico per la ricerca e per lo studio, da opportunità a tantissima gente di approfondire le proprie conoscenze. Senza internet non potrei esprimere la mia opinione in questo senso. Ma se ci guardiamo un po’ meglio intorno sono sempre più diffuse le pagine in cui ad esempio viene fatta esplicita apologia del fascismo e del nazismo, pagine che incitano agli stupri di gruppo, pagine che difendono terroristi, pagine che incitano esplicitamente ad azioni violente. Dobbiamo veramente considerare normale tutto questo? Io non credo proprio. Bisogna dare un segnale, anche per tutti quei ragazzi che si sono suicidati in seguito a tristi vicende di cyber-bullismo. Non si può continuare ad ignorare questi fenomeni. Bisogna ccapire che a tutto c’è un limite, bisogna scoraggiare qualsiasi forma di violenza o incitamento all’odio, perché questi costituiscono un pericolo per tutti. Senza contare tutti i bambini e adolescenti che vengono in contatto con questo mondo e ci crescono. Come pensate che possano crescere? Insomma se il web lo conosceste veramente imparereste a diffidarne.

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Ma siamo sicuri che le nuove generazioni…?

In questi giorni stavo riascoltando la colonna sonora di GTA Vice City e tra le varie radio ascoltabili nel gioco c’è Wave 103, che si autodefiniva come la radio “for the generation that is carrying the weight of the World on its shoulders”. E questa frase mi ha fatto ragionare, o meglio, mi ha fatto scoprire l’acqua calda visto che da che mondo è mondo sono sempre le nuove generazioni quelle che prima o poi dovranno prendere in mano le redini del mondo, quelle che dovranno fare di più di quello che hanno fatto i loro padri, impegnarsi a migliorare sempre di più. E’ inutile che adesso vi stia a fare una lezione di storia su quali siano state le migliori generazioni perché il punto è un altro.

Oggi, infatti ,nel “Buongiorno” di Massimo Gramellini su La Stampa viene riportata una lettera al giornale che mi ha fatto pensare ancora di più e che vi riporto per intero:

Ho 32 anni e un dottorato di ricerca in lingue straniere. Per sbarcare il lunario e pagare l’affitto dell’appartamento che condivio con il mio compagno ho accettato di dare lezioni private a un quattordicenne svogliato e apatico. Di fronte alla mia ennesima esortazione a cercare il significato di un verbo sul vocabolario di latino, il ragazzo si oppone perché “tanto è come dico io…” (in latino ha la media del 4). Cerco di spiegargli con calma che per migliorare è necessario uno sforzo maggiore – compreso quello di sfogliare le pagine del vocabolario – ma lui niente. Allora lo riprendo con maggiore enfasi, dicendogli che nello studio c’è bisogno anche di un po’ di umiltà. Diventa viola dalla rabbia, assume il tono della vittima e mi sbatte la porta di casa in faccia. Il giorno dopo ricevo un sms dalla madre del ragazzino (si faccia attenzione alla modalità di comunicazione scelta dalla signora). Afferma di avere constatato il turbamento del figlio a seguito delle mie ingiuste critiche. E mi spiega che il rimprovero non è un approccio corretto verso un ragazzo che andrebbe invece appassionato allo studio. In conclusione mi ha “licenziata”. Noi giovani disoccupati viviamo costantemente sotto ricatto: di un contratto a tempo, di un datore di lavoro che sfrutta la tua condizione precaria e perfino di un ragazzino viziato la cui pigrizia è alimentata da genitori che lo giustificano. Se fossi stata zitta e l’avessi assecondato, adesso avrei ancora quel lavoro. Malgrado questo, una parte di me si rallegra di aver ricevuto un’educazione diversa.

Al che questa lettera mi ha ricordato di un altro articolo che lessi qualche mese fa sul Corriere della Sera ai tempi delle turbolente manifestazioni studentesche durante il governo Monti. In questo articolo si parlava di un ragazzo che in quei giorni si era messo in luce durante le contestazioni. Si trattava di un giovane liceale romano, figlio di famiglia benestante (genitori separati mi pare) che viveva con i soldi che gli passava la madre nonostante a scuola le insufficenze fioccassero e lui preferisse passare il tempo a bighellonare con i “compagni” piuttosto che impegnarsi a scuola. Questo nonostante il padre lo avesse più volte rimproverato di tagliargli i soldi se il suo rendimento scolastico non fosse migliorato, altrimenti avrebbe dovuto cercarsi un lavoro. Ma la madre aveva continuato a sostenerlo. Come se il mondo lo si potesse cambiare magari senza sapere cosa sia il Risorgimento o chi era Cavour o cosa si festeggia il 25 aprile.

La domanda finale quindi è (e credo che non ci sia bisogno di aggiungere più niente da parte mia): siamo proprio sicuri che le nuove generazioni, che tanto indichiamo come “il futuro”, siano davvero degne delle nostre aspettative? Adatte a migliorare quello che hanno fatto i loro padri senza ripeterne gli errori? E’ giusto giustificare sempre i propri figli indipendentemente dal loro operato, viziandoli? Perché tanta ansia a consegnarli un mondo che non saprebbero gestire? A voi l’ardua sentenza.

Fascismo buono? Ma per favore!

Oggi è 25 aprile. Inutile dire cosa festeggiamo. Vorrei quindi ricordare alla onorevole Roberta Lombardi quello che secondo lei era il fascismo buono prima che degenerasse. Che poi quand’è che sarebbe degenerato? Il fascismo nasce al tramonto della Prima Guerra Mondiale già bello che marcio. Vediamo qualche fatto, ma giusto qualcuno, tanto per farsi un’idea.

1919-1922: centinaia di case del lavoro e sedi dei sindacati vengono devastate e date alle fiamme. Squadracce fasciste compiono violenze contro militanti del partito socialista
13 luglio 1920: a Trieste vengono compiute violenze contro le minoranze slovene. Viene dato alle fiamme l’Hotel Balkan, luogo di ritrovo delle suddette minoranze.
21 luglio 1920: la tipografia de L’Avanti viene data alle fiamme.
6-10 settembre 1920: 7 persone vengono uccise per mano o a causa degli squadristi. Altre violenze vengono perpretate ai danni delle minoranze solvene di Pola.
21 novembre 1920: dopo l’elezione del sindaco socialista Gnudi a Bologna i fascisti uccidono 10 persone a colpi di bombe a mano. Il fatto passerà alla storia come la strage di Palazzo D’Accursio.
4 marzo 1921: squadristi fascisti occupano la città di Empoli
10 giugno 1924: il deputato socialista Giacomo Matteotti, dopo aver denunciato alla camera i brogli elettorali alle precedenti elezioni, viene sequestrato e assassinato.

E potrei continuare….come se il manganello e l’olio di ricino fossero cosa buona. La prossima volta l’onorevole si studi un po’ meglio la storia d’Italia. E ricordate: 25 aprile è tutto l’anno.

Se l’impresentabile si autocandida al colle

La telenovela delle quirinarie del Movimento 5 Stelle continua. Le prime sono state annullatte a causa di non precisati attacchi di hacker al sito di Grillo (come mai, i padroni della rete non riescono a proteggersi?). Ricordiamo quali erano i requisiti iniziali: gli aventi diritto al voto del M5S avrebbero potuto votare solo non precisate personalità estranee al mondo della politica. E qui salta subito all’occhio la prima retromarcia del “ducetto” visto che i dieci candidati proposti da lui per il secondo tentativo delle quirinarie sono Emma Bonino, Gian Carlo Caselli , Dario Fo, Milena Gabanelli, Beppe Grillo, Ferdinando Imposimato , Romano Prodi, Stefano Rodotà , Gino Strada e Gustavo Zagrebelsky. Insomma compaiono diversi nomi che in passato hanno già seduto sugli scranni di Camera o Senato.

Ecco questo dovrebbe già far capire una cosa, ovvero che probabilmente il primo tentativo sia clamorosamente naufragato di fronte alla ingestibilità dei candidati dato che, a quanto si è capito, potevano esser scelti liberamente dagli elettori e quindi chiunque potevano votare personalità diverse col risultato che, primo, i nomi fossero altamente improbabili e che, secondo, ci fosse una elevata dispersione dei voti.

Ma non è questo il problema, ognuno può può cambiare idea e scendere a compromessi e io posso aver capito male il funzionamento delle quirinarie. Il fatto è un altro. Da sempre il M5S e lo stesso Grillo si sono battuti per un “parlamento pulito”. Ovvero un parlamento privo di condannati e /o indagati, una richiesta estesa anche a tutte le istituzioni. Richiesta che non ci vuole molto a trovare tra le parole dello stesso Grillo (http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/veneto/licenziamoli-tutti.html). Una richiesta che ha lasciato fuori dal parlamento lo stesso Grillo che altrimenti ci avrebbe fatto una ben magra figura agli occhi dei suoi sostenitoti. Infatti il ducetto non è che abbia rinunciato a candidarsi per spirito altruista, per fare semplicemente il padre e la guida spirituale del Movimento come molti pensano. Per far sì che si formi un parlamento di cittadini autonomi nel prendere le decisioni, anche se i fatti in questo senso dimostrano apertamente il contrario. Svegliatevi, Grillo in parlamento ci sarebbe voluto entrare eccome ma sulla sua testa pendono numerose condanne del passato che sarebbero quindi in contrasto con il manifesto stesso del Movimento. Insomma si pone su un piedistallo di legalità pur avendo la sua fedina penale non proprio immacolata.

E adesso che fa? Si autocandida per il Qurinale, ossia per la Presidenza della Repubblica. Quindi fatemi capire, uno che si batte da anni per avere istituzioni pulite è stato lui stesso condannato, ma non solo! Si candida pure per il Quirinale! Andiamo bene. Ma adesso direte voi: ma che condanne saranno. Beh nel 2003 patteggiò una causa per diffamazione intestatagli da Rita Levi-Montalcini che chiamò “vecchia puttana” nel corso di uno spettacolo. Successivamente nel 2012 è stato condannato per aver diffamato per mezzo stampa il gruppo Fininvest. Voi direte ma che vuoi che sia. In effetti sono condanne che per il mestiere che fa, il comico, sono quasi inevitabili. Chiunque faccia questo mestiere prima o poi dovrà subire una causa intentatagli da qualcuno. Vabbé potremmo pure chiudere un occhio, però c’è dell’altro. C’è qualcosa che il buon Travaglio si guarda bene dal tirare fuori nei suoi editoriali o nei suoi monologhi, una condanna ben più grave di tante che sono state inflitte ai destinatari delle sue ingiurie legaliste. Strano, eppure dicono che Travaglio sia tanto bravo nello smascherare gli imbroglioni.

Nel 1985 Grillo fu infatti condannato in appello per omicidio colposo plurimo, condanna confermata in cassazione tre anni dopo. Grillo infatti, durante una gita in montagna sul suo fuoristrada appena comprato causò, nel 1984, la morte di tre persone, rimaste schiacciate all’interno del veicolo in seguito ad una manovra imprudente. Una di queste era un bambino. Ecco parte del verbale del processo:

«Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (…). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra, sicché l’imputato disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà ma non lo fece, anzi decise consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione.

Credo che a questo ci sia poco da aggiungere. In poche parole il Grillo voleva mettere in mostra le sue doti da improvvisato rallysta e bullarsi col suo nuovo fuoristrada. La manovra appariva così imprudente che due delle persone a bordo decisero di scendere subito, salvandosi probabilmente la vita, mentre la famiglia con il babmbino, impossibilitata ad aspettare nel gelo dell’inverno con il piccolo, fu costretta a restare. E Grillo, pur consapevole del pericolo è andato avanti. In seguito Grillo, insieme al passeggero laterale, appena accortosi della minaccia, avrebbe abbandonato l’auto salvandosi. Cosa che non poterono fare i passeggeri posteriori. Il futuro santone della legalità non ebbe nemmeno il senso di responsabilità di dichiararsi colpevole.

Questo inoltre è il vero motivo per cui Grillo, all’alba della sua carriera politica, decise di non candidarsi al parlamento. Eppure sia lui che i suoi elettori sembrano essersene dimenticati. A quanto pare anche nel suo movimento c’è gente dalla memoria corta.

A quanto pare uno vale uno e sono tutti uguali, eppure c’è sempre chi è più uguale degli altri.

Se i palchi sono gratuiti.

Dopo un mese dalle elezioni Beppe Grillo ha finalmente reso pubblico il bilancio dello Tsunami Tour aggiornato all’11 aprile (http://www.beppegrillo.it/movimento/donazioni/). In totale le entrate ammontano a quasi 800.000 Euro (774.208,05 Euro) a fronte di nemmeno 400.000 Euro di spesa. Ma esaminiamo il tutto nel dettaglio.

Tra le voci figurano le spese per la campagna elettorale (manifesti, videomaker, spese del camper, ecc…) a cui si aggiunge quella per la spesa dell’allestimento del palco di Piazza San Giovanni, atto conclusivo dello Tsunami Tour, costato circa 50.000 Euro. Ma c’è un ma… L’11 gennaio 2013 sul suo blog Grillo ha presentato il tour (http://www.beppegrillo.it/2013/01/tsunami_tour.html) con l’elenco delle regioni e delle città che avrebbe toccato e che riporto di seguito:

14 gennaio: ore 17 Massa, Piazza Garibaldi; ore 21 Livorno, Piazza Venti Settembre
15 gennaio: ore 17 Pistoia, Piazza Duomo; ore 21 Pisa, Piazza la Pera
16 gennaio: ore 17 Perugia; ore 21 Foligno
17 gennaio: ore 17 Teramo; ore 21 Chieti
18 gennaio: ore 17 Brindisi; ore 21 Bari
19 gennaio: ore 17 Lecce; ore 21 Taranto
20 gennaio: ore 17 Matera; ore 21 Potenza
21 e 22 gennaio: Campania
23 gennaio: Lazio
24 e 25 gennaio: Toscana
26 gennaio: Emilia Romagna
27 gennaio: Marche
29 gennaio: Calabria
30, 31 gennaio e 1 febbraio: Sicilia
2 e 3 febbraio: Emilia Romagna
4 e 5 febbraio: Sardegna
6 febbraio: Veneto
7 febbraio: Friuli Venezia Giulia
8 e 9 febbraio: Veneto
10 febbraio: Trentino Alto Adige
11 febbraio: Veneto, Lombardia
12 e 13 febbraio: Lombardia
14, 15 e 16 febbraio: Piemonte
17 febbraio: Liguria
18 e 19 febbraio: Lombardia
20 febbraio: Molise
21 febbraio: Lazio
22 febbraio: ROMA

In totale sono 28 date, ognuna corredata da comizio. Di seguito riporto qualche foto delle tappe del tour:

Queste sono solo poche delle numerose immagini disponibili dello Tsunami Tour. Embè direte voi. Embè ‘sta ceppa. E questi di palchi? Le spese necessarie per allestire queste manifestazioni dove sono? Vi sfido a trovarle tra le voci rendicontate.

Se Beppe Grillo cita il Mein Kampf

Facciamo un piccolo gioco, vi propongo la seguente citazione:

“Una sola preoccupazione spinge a costruire programmi nuovi o a modificare quelli che già esistono: la preoccupazione dell’esito delle prossime elezioni. Non appena nella testa di questi giullari del parlamentarismo balena il sospetto che l’amato popolo voglia ribellarsi e sgusciare dalle stanghe del vecchio carro del partito, essi danno una mano di vernice al timone. Allora vengono gli astronomi e gli astrologhi del partito, i cosiddetti esperti e competenti, per lo più vecchi parlamentari che, ricchi di esperienze politiche, rammentano casi analoghi in cui la massa finì col perdere la pazienza, e che sentono avvicinarsi di nuovo una minaccia dello stesso genere. E costoro ricorrono alle vecchie ricette, formano una “commissione“, spiegano gli umori del buon popolo, scrutano gli articoli dei giornali e fiutano gli umori delle masse per conoscere che cosa queste vogliano e sperino, e di che cosa abbiano orrore. Ogni gruppo professionale, e perfino ogni ceto d’impiegati viene esattamente studiato, e ne sono indagati i più segreti desideri.

Le commissioni si adunano e rivedono il vecchio programma e ne foggiano le loro convinzioni come il soldato al campo cambia la camicia quando quella vecchia è piena di pidocchi. Nel nuovo programma, è dato a ciascuno il suo. Al contadino la protezione della agricoltura, all’industria quella dei suoi prodotti; il consumatore ottiene la difesa dei suoi acquisti, agli insegnanti vengono aumentati gli stipendi, ai funzionari le pensioni. Lo Stato provvederà generosamente alle vedove e agli orfani, il commercio sarà favorito, le tariffe dei trasporti saranno ribassate, e le imposte, se non verranno abolite, saranno però ridotte.

Talvolta avviene che un ceto di cittadini sia dimenticato o che non si faccia luogo ad una diffusa esigenza popolare. Allora si inserisce in gran fretta nel programma ciò che ancora vi trova posto, fin da quando si possa con buona coscienza sperare di avere colmato l’esercito dei piccoli borghesi e delle rispettive mogli, e di vederlo soddisfatto. Così, bene armati e confidando nel buon Dio e nella incrollabile stupidità degli elettori, si può iniziare la lotta per la riforma dello Stato.

Ogni mattina, il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento; se non vi entra, almeno si porta fino all’anticamera dove è esposto l’elenco dei presenti. Ivi, pieno di zelo per il servizio della nazione, iscrive il suo nome e, per questi continui debilitanti sforzi, riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo.

Dopo quattro anni, o nelle settimane critiche in cui si fa sempre più vicino lo scioglimento della Camera, una spinta irresistibile invade questi signori. Come la larva non può far altro che trasformarsi in maggiolino, così questi bruchi parlamentari lasciano la grande serra comune ed, alati, svolazzano fuori, verso il caro popolo.
Di nuovo parlano agli elettori, raccontano dell’enorme lavoro compiuto e della perfida ostinazione del altri; ma la massa ignorante, talvolta invece di applaudire li copre di parole grossolane, getta loro in faccia grida di odio. Se l’ingratitudine del popolo raggiunge un certo grado, c’è un solo rimedio: bisogna rimettere a nuovo lo splendore del partito, migliorare il programma; la commissione, rinnovata, ritorna in vita e l’imbroglio ricomincia. Data la granitica stupidità della nostra umanità, non c’è da meravigliarsi dell’esito. Guidato dalla sua stampa e abbagliato dal nuovo adescante programma, l’armento proletario e quello borghese ritornano alla stalla comune ed eleggono i loro vecchi ingannatori.

Con ciò, l’uomo del popolo, il candidato dei ceti produttivi, si trasforma un’altra volta nel bruco parlamentare e di nuovo si nutre delle foglie dell’albero statale per mutarsi, dopo altri quattro anni, nella variopinta farfalla “.

Quanti tra di voi non sentono, in queste parole, qualche eco familiare? Magari proveniente da certi comizi o pagine web. Ma andiamo avanti:

Il pentolone bolle. Il fuoco è acceso. Ci sono ospiti per cena. Dovrebbero portare con sé il cibo (come sempre), salumi e cotechini, salmone e parmigiano, vini e dolce, ma sono a mani vuote. I partiti li accolgono come se fossero stati invitati, ma sono arrivati da soli senza avvisare nessuno. Qualcuno ha una carota e qualche cipolla per insaporire l’acqua. I nuovi arrivati hanno fame, una fame atavica di democrazia. I partiti li trattano da salvatori. I cittadini autoinvitati e i partiti sono, devono essere, diventeranno, una nuova, inscindibile, monolitica prova della democrazia. Lo dicono i segretari di sinistra, di centro e di destra! Deve essere vero se nessuno li smentisce. Nessun partito ha perso. Quasi tutti hanno vinto con i candidati degli altri, spesso contro i candidati degli altri, ma che importa… Scurdammoce ‘o passato. I segretari di partito e i loro lacchè, i giornalisti, si sentono come meravigliosi surfersopra l’onda del cambiamento, un’onda usata per salire ancora più in alto, per viaggiare con il vento in poppa. La tavola è infine apparecchiata, il solito desco al quale i cittadini fanno da camerieri e mangiano gli avanzi. I piatti sono però desolatamente vuoti, la fame è tanta. Qualcuno propone, forse Veltroni, idea geniale, di sacrificare il vitello grasso per il ritorno dei figli prodighi alla casa comune della partitocrazia. Di vitelli grassi non c’è neppure l’ombra, ma i vitelloni grassi non mancano. Il pentolone bolliva per loro sin dall’inizio e non lo sapevano, e i vitelloni grassi sono lì, seduti con la forchetta in mano, i vari Bersani e Letta, Fassino, Fini e Casini, Vendola e Cicchitto. Un pentolone celtico a parte è riservato a Borghezio. I cannibali della partitocrazia non faranno sconti, sono a dieta da decenni. Dei partiti non rimarranno neppure le ossa. Il vento del cambiamento spira sempre più forte e non può essere imbrigliato. Ha iniziato a soffiare in Grecia, poi in Nord Africa, ora in Spagna, domani in Italia. La democrazia diretta non tollera l’intermediazione dei partiti, non delega il proprio futuro a dei leader televisivi di cartapesta. A cialtroni che si autoeleggono rappresentanti per lucro o per visibilità. Nel nuovo mondo ognuno conta uno. I nuovi cannibali hanno fame. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.”

Notate qualche differenza nei contenuti? Beh forse la prosa può essere leggermente differente ma i contenuti sono sostanzialmente gli stessi, vero? Beh il secondo è uno degli innumerevoli scritti di Beppe Grillo. Il primo invece? Viene dritto dritto dal Mein Kampf di Adolf Hitler. Quasi un centinaio d’anni separano i due scritti ma non sembrerebbe…

Adesso il mio paragone non si basa sul semplice fatto che mi è capitato di leggere questi due brani separatamente e ho notato delle analogie e ho fatto autonomamente dei collegamenti. Sbagliato. Andiamo sul blog di Grillo, 11 febbraio 2006 (http://www.beppegrillo.it/2006/02/il_sonno_della.html) e sorpresa! E’ lui stesso che cita Hitler per “capire il nostro presente”. Quindi chi dice che Grillo cita in continuazione Hitler non è che abbia poi tutti i torti.

Già il fatto di voler capire il nostro presente tramite le parole di un dittatore sanguinario dovrebbe far ragionare. Dovrebbe far ragionare su quali siano i suoi modelli su cui si basano le sue idee, il suo gridare continuamente al complotto, il prendersela con l’establishment, il sostenere in continuazione che siano tutti uguali. Pensateci, non ci starebbe bene Grillo in una birreria di Monaco ad arringare la folla prendendosela con la Repubblica di Weimar? O con il vecchio Hindenburg? Oppure con chi secondo lui avrebbe rovinato la Germania? Proponendosi magari come l’unica ancora di salvezza. L’unico degno di fiducia. L’unico a cui dare il voto. Insomma i temi con cui conquistare il potere sono sostanzialmente gli stessi: fare leva sulla disperazione, la rabbia e l’ignoranza della povera gente utilizzando temi per lo più generici e sparando a zero su chiunque non sia d’accordo con lui, non argomentando, ma semplicemente urlando più forte e rifiutando il confronto con la scusa che l’altro fa parte di un gruppo di provocatori creato ad arte per denigrarlo. E la gente ci crede pure.

Ma soprattutto ricordiamoci che lui ha più volte detto che vuole ottenere il 100% dei consensi (chissà chi lo avrà ispirato) e subito dopo le elezioni ai pochi fortunati giornalisti che provavano a strappargli una dichiarazione ha detto che “il parlamento è inutile e superato“. Forse che voglia istituire il Gran Consiglio del M5S? In un certo senso c’è già riuscito visto che le cosidette elezioni via web posso essere effettuate solo da chi è registrato sul suo sito.

A proposito, ma che fine ha fatto il proposito di mandare in streaming tutte le riunioni del M5S?

La bufala dei finanziamenti pubblici ai giornali

Va bene lo ammetto, è la prima volta che mi cimento in un campo che di solito non mi compete ma visto che il vantaggio di internet è che chiunque possa dare la sua opinione su qualsiasi cosa perché non sfruttarlo? Certo,  c’è sempre chi è pronto a esaltare la libertà della rete, basando su di essa il proprio potere, per poi non essere disposto ad accettare i commenti negativi che gli si rivolgono, sminuendoli come trolls, e non pensando che se lui può dire quello che gli pare sul suo blog ci sia qualcuno che possa rispondergli quello che gli sembri più opportuno. E’ il web bellezza e tu non puoi farci niente.

Ma veniamo al nocciolo della questione. Uno dei cavalli di battaglia di questo sedicente personaggio politico e del suo altrettanto sedicente quanto arraffazonato movimento è la lotta ai finanziamenti pubblici all’editoria, con i suoi sostenitori che dalle pagine di Facebook si scagliano contro testate come La Repubblica o Il Corriere della Sera giustificando le critiche che muovono nei loro confronti con il fatto che non sarebbero disposti a rinunciare ai finanziamenti che ricevono dallo stato. Quindi, manipolati dalla Spectre delle lobby politiche, sarebbero spinti a criticare codesto movimento perché sarebbe pronto a toglierli i soldi. Ebbene cari sostenitori del movimento c’è un piccolo problema: né La Repubblica, né il Corsera, né qualsiasi altra grande testata nazionale riceve alcun finanziamento dallo Stato!

La pulce nell’orecchio me l’ha messa qualche sera fa Massimo Gramellini, a cui approfitto per manifestare la mia stima, a Che Tempo che Fa. Allora, spinto dalla curiosità sono andato cercare un po’ di informazioni su internet, per prima cosa mi sono imbattuto nella legge 23 dicembre 2000, n. 388 la quale stabilisce che i finanziamenti vengano erogati a:

“imprese editrici di quotidiani e periodici, anche telematici, che, oltre che attraverso esplicita menzione riportata in testata, risultino essere organi o giornali di forze politiche che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o rappresentanze nel Parlamento europeo o siano espressione di minoranze linguistiche riconosciute, avendo almeno un rappresentante in un ramo del Parlamento italiano nell’anno di riferimento dei contributi”.

E questo dovrebbe già dar da pensare. Allora ho fatto di più, sono andato sul sito del governo dove sono disponibili tutte le cifre dei finanziamenti all’editoria (qui le cifre relative al 2011: http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2011/contributi_stampa_2011/stampa_2011.html) e sorpresa! I finanziamenti vengono sì erogati, ma a testate di cui raramente si è sentito parlare, dei grandi quotidiani non v’è la benché minima traccia. L’unico giornale di una certa diffusione che riceve soldi pubblici è L’Unità che guardacaso è l’unico a cui si aggrappa questo signore attempato e perennemento sull’orlo di un infarto perché altrimenti non saprebbe che dire. Ma io dico: perché te la prendi con L’Unità che vanta una diffusione tutt’ora piuttosto ampia? Perché non se la prende con Cronache di Liberal o Europa o Il Denaro (ma chi sono costoro?) o Il Foglio o con qualsiasi altro giornaletto messo su solo per prender soldi dallo Stato? Perché prendersela con il finanziamento all’editoria quando alla fine i giornali veri che li prendono sono davvero pochi (quattro-cinque in tutto)? Non è che sotto sotto lo fa perché L’Unità è il quotidiano più vicino al PD?

Quindi è inutile che quell’altro fogliaccio, ma com’è che si chiama? Il Falso Quotidiano? Ah no, il Fatto Quotidiano sbandieri ai quattro venti il fatto che non riceve soldi pubblici, perché non li ricevono neanche gli altri.

Meditate gente, meditate. E imparate ad informarvi autonomamente.

In Rock, l’essenza dell’Heavy Metal

Ieri per la prima volta dopo un po’ di tempo ho avuto modo di riascoltare per intero In Rock (1970), primo album dei Deep Purple nella formazione Mk. II (Ritchie Blackmore, Ian Paice, Jon Lord, Ian Gillian, Roger Glover) e solo ora mi sono accorto dello spessore di questo disco. E’ vero, dopo di lui sono seguiti altri 4 album fantastici, trascurando il mediocre ma godibile Who Do You Think We Are?, che per certi versi superano In Rock che mantiene però il fascino dell’opera prima, dove tutto è già stato detto ma che ha solo bisogno di essere perfezionato. Perfezione che sarà raggiunta in Machine Head (1972) e Burn (1974), primo album dei Deep Purple Mk. III (Ritchie Blackmore, Ian Paice, Jon Lord, David Coverdale, Glenn Hughes).

Ma Ascoltando In Rock sale all’orecchio una nota fondamentale, ci si accorge infatti che questo disco racchiude l’essenza dell’Heavy Metal a venire. Tutto quindi era già stato detto nel 1970, c’era solo bisogno di perfezionarlo, appunto. Ascoltando brani come Speed King, Blood Sucker, Into the Fire o Flight of the Rat non si può fare a meno di notare come la chitarra di Blackmore racchiuda in sé tutte le caratteristiche che sarebbero state riascoltate nei decenni successivi: riff infiammati e distorti, accordi a volte dissonanti, interminabili assoli melodici e note che restano sospese nell’aria prima di perdersi nel feedback attraverso la barra del vibrato della nera Stratocaster di Blackmore. Il tutto condito dalle tastiere di Jon Lord, dalle percussioni martellanti di Ian Paice e dalle abilità vocali di Ian Gillian. Quindi niente di quello che si è sentito negli anni a venire era una novità, era già tutto racchiuso in nuce in questo fantastico album. E proprio qui sta lo spessore di questa opera, il fatto di esser stato un capostipite, un disco essenziale dove si sente già tutta la musica del futuro anche quella degli stessi Deep Purple. Quindi credo che nessun appassionato di heavy metal possa prescindere da questo album che deve possedere nella sua discoteca o quantomeno ascoltare almeno una volta nella vita.

Ma In Rock è un disco importante anche per un altro motivo. I Deep Purple infatti nascono nel 1968 con la formazione Mk. I (Ritchie Blackmore, Jon Lord, Nick Simper, Rod Evans, Ian Paice) che pubblica ben tre album (Shades of Deep Purple, The Book of Taliesyn, Deep Purple) che però riscuotono scarso successo nella natia Gran Bretagna anche se sono decisamente apprezzati negli Stati Uniti. Tuttavia in quel periodo i Deep Purple sono ancora un gruppo alla ricerca di se stessi non sapendo ancora dove andare. I loro dischi infatti appaiono un miscuglio di generi che vanno dal pop/rock al rock psichedelico attraverso cover di brani famosi quali Hush, Hey Joe, I’m So Glad, Help più o meno rielaborati dove a farla da padrone sono più le tastiere di Jon Lord (come nella celebre Mandrake Root) che la chitarra di Blackmore. In quell’epoca quindi i Deep Purple stavano rischiando di passare alla storia come “quelli che hanno fatto la cover di Hush” che aveva scalato le classifiche americane. Nel 1970 avviene però il cambiamento di rotta con l’arrivo di Ian Gillian e Roger Glover, rispettivamente al posto di Rod Evans e Nick Simper. In quel momento i Deep Purple si lasciano alle spalle qualsiasi incertezza musicale del passato per dedicarsi a tempo pieno all’hard rock. Fu così che nacquero i Deep Purple come li conosciamo oggi, quelli che sono passati alla storia non perché hanno fatto la cover di Hush ma perché hanno scritto Smoke on the Water, e fu così che nacque In Rock, uno degli album fondanti dell’hard rock/heavy metal insieme a Led Zeppelin I & II (Led Zeppelin), Black Sabbath e Paranoid (Black Sabbath).

Ma ora basta parlare, io come al solito lascio che sia la musica a parlare in questi casi, non le parole. Quindi ecco a voi In Rock.

Volete fotografare la Luna con la vostra apparecchiatura analogica? Ecco qualche dritta.

Esempio di obiettivo utilizzabile: un 500mm rilfettore più compatto di un 500mm standard.

La Luna è il corpo celeste a noi più vicino e per questo il più luminoso nel cielo dopo il sole. E’ quindi naturale che il fotoamatore, o l’astronomo dilettante, voglia decidere di fotografarla con un teleobiettivo per divertimento o semplicemente per poter imparare qualcosa di nuovo sulle tecniche fotografiche. Fotografare il nostro satellite non comporta infatti particolari difficoltà, la sua luminosità è paragonabile a quella di un sasso al sole in una giornata di agosto, quindi i tempi di esposizione saranno piuttosto brevi e può essere tranquillamente fotografata anche in città. L’uso dell’esposimetro della vostra reflex, se ancora non vi si è rotto o se non usa le ormai introvabili pile al mercurio da 1,3 V, è superfluo in quanto i valori di esposizione che restituisce saranno mediati su tutta l’inquadratura la quale è composta al 90% da cielo scuro mentre a noi interessa solo la Luna che occupa una piccola porzione del tratto di cielo inquadrato. Il problema può essere tranquillamente aggirato nel caso si disponga di un esposimetro con la lettura “spot” che permette di selezionare solo la zona dell’inquadratura che ci interessa. Nel caso in cui non si disponga di un esposimetro spot non c’è problema in quanto i tempi di esposizione, in funzione della sensibilità della pellicola e del diaframma, sono tabulati e facilmente reperibili (più avanti ne ho riportati alcuni).

Naturalmente per ottenere risultati soddisfacenti ci sarà bisogno della strumentazione adatta:

  • Una reflex
  • Un teleobiettivo non inferiore ai 300 mm di focale
  • Un cavalletto su cui collocare la reflex
  • Un flessibile per scattare la foto

Come vedete è tutto materiale di facile reperibilità. Il teleobiettivo è necessario che abbia almeno 300 mm di focale in quanto con focali inferiori si ottengono risultati davvero poco significativi. Ad esempio usando un 135 mm e sviluppando la pellicola nel classico formato 10×15, quello che si otterrà sarà un disco luminoso di pochi mm di diametro tale da non permettere di osservare la conformazione lunare nemmeno con l’uso di una lente d’ingrandimento. I risultati migliori si ottengono con obiettivi di focale pari o maggiore a 500 mm che permettono di osservare i mari lunari e i principali crateri. Naturalmente si possono utilizzare anche dei moltiplicatori di focale per aumentare l’ingrandimento del proprio obiettivo, tuttavia bisogna stare attenti a considerare come questi alterano l’apertura del diaframma ai fini dell’esposizione. 

Il cavalletto è indispensabile per evitare foto mosse. Tuttavia se ne potrà fare a meno nel caso l’inverso del tempo scelto sia maggiore della focale dell’obiettivo. Il flessibile può anche essere omesso, tuttavia bisogna avere cura di trovarsi su un supporto particolarmente stabile e di premere il pulsante di scatto con dolcezza onde evitare movimenti che potrebbero rovinare la foto.

Ecco un primo esempio di fotografia lunare. Notare come la conformazione lunare è davvero ben definita con tutti i principali mari e crateri in evidenza. Il colore rosa è dovuto al fatto che la pellicola ha preso luce. Macchina: Praktica MTL5B Obiettivo: Matsukov f8/500 Diaframma: f8 Tempo: 1/250 Pellicola: Kodak VC400

Adesso che abbiamo tutto quello che ci serve possiamo passare alla fase pratica. Non ci sono particolari raccomandazioni da fare tuttavia è utile seguire qualche piccolo accorgimento che può aiutarci ad ottenere risultati migliori. Ad esempio è consigliabile usare pellicole a bassa sensibilità (100-200 ASA) che permettono di avere una migliore risoluzione e di poter quindi osservare meglio la conformazione del nostro satellite. Anche con 400 ASA si ottengono comunque buoni risultati. E’ fondamentale poi mettersi su una superficie stabile, sarebbe infatti inutile utilizzare il cavalletto se questo poi poggia su un supporto precario. Inoltre è sempre bene controllare la messa a fuoco dal mirino e non fidarsi del simbolo ∞ sull’obiettivo in quanto, per compensare le dilatazioni e contrazioni dovute ad eventuali sbalzi di temperatura, i costruttori prevedono una corsa anche oltre ∞. 

Come accennato più sù, la Luna, data la sua luminosità, può tranquillamente essere fotografata anche in città. L’unico inconveniente è dato, oltre che dall’inquinamento luminoso, dalla coltre di smog che aleggia sulle grandi città. L’ideale sarebbe infatti recarsi in montagna dove l’aria è più limpida e l’inquinamento luminoso praticamente assente.

Riportiamo ora di seguito una tabella con i tempi di esposizione per una pellicola da 400 ASA e un apertura del diaframma f11 (ma vanno bene anche per f8):

                     Fase                                  Tempo

  1. Luna piena                                     1/250
  2. Luna al 10° giorno                        1/125
  3. Luna al primo quarto                    1/60
  4. Luna al 4° giorno                           1/30
  5. Luna al 2° giorno                           1/15

Se per scattare le foto vi servite invece di un piccolo telescopio, invece di un obiettivo, è bene che questo sia dotato di un inseguitore astronomico perché ricordiamoci che la Luna si muove! E questo movimento tanto più è evidente tanto maggiore è l’ingrandimento. E’ proprio questo questo l’effetto peggiore per la perdita di nitidezza. Usare tempi troppo lunghi ha come risultato quello di ottenere una immagine confusa della superficie lunare. Come accennato, il tempo più lungo utilizzabile dipende dalla focale dell’obiettivo (o telescopio) ma anche dall’utilizzo finale della fotografia (cartolina o poster?) e da quanto mosso siamo disposti ad accettare. Con un obiettivo da 200mm per una stampa 20×30 è sconsigliabile andare oltre 1 secondo (per i numeri vedere la fine dell’articolo).

Tuttavia, in occasione delle prime foto, è utile scattare diverse foto di prova provando a variare l’apertura del diaframma una volta fissato il tempo perché i tempi riportati sopra sono puramente indicativi e le condizioni di visibilità e atmosferiche sono soggette a variabili impreviste tanto che a volte si è lontani dalle condizioni ideali (inquinamento luminoso, aria poco limpida, ecc…). In questo modo ci si può rendere meglio conto delle differenze di esposizione e naturalmente si accresce il proprio bagaglio di esperienze. Va comunque sottolineato che è sconsigliabile scattare foto se le condizioni atmosferiche non buone, altrimenti si rischiano risultati deludenti e poco definiti.

Naturalmente la Luna può essere fotografata anche di giorno ma non è consigliabile farlo in quanto non risalterebbe abbastanza nella luminosità del cielo col risultato di ottenere una foto “lattiginosa”. Questo tuttavia non impedisce di utilizzarla per foto più artistiche di quelle che si possono scattare durante la notte. Naturalmente una volta fatta un po’ di pratica ci si può sbizzarrire per scattare foto sempre diverse, ad esempio si può provare la tecnica degli scatti multipli, basta che la vostra macchina fotografica disponga della possibilità di caricare l’otturatore senza far avanzare la pellicola. In questo modo potrete registrare su un solo fotogramma l’intera sequenza del sorgere o del tramontare della luna scattando foto ad intervalli di tempo regolari, con il giusto paesaggio l’effetto è assicurato. Un altra tecnica interessante è quella della “strisciata” e consiste semplicemente nell’inquadrare la Luna e lasciare l’otturatore aperto per un tempo abbastanza lungo in modo da poter apprezzare la traiettoria della Luna nel cielo. In questo caso però è necessario usare pellicola a bassissima sensibilità (25-30 ASA) in quanto i tempi di esposizione sono particolarmente lunghi.

Ecco un altro di fotografia lunare eseguita con un 500 mm. Qui la foto risulta meno definita ma è possibile comunque apprezzare la conformazione lunare. Macchina: Praktica MTL5B; Obiettivo: Matsukov f8/500; Diaframma: f8; Tempo: 1/125; Sensibilità: 200 ASA

Vediamo ora un po’ di numeri per capire come evitare foto mosse (fonte http://circolofotografico.org/archives/39):

D diametro dell’oggetto
L distanza dell’oggetto dal punto di ossservazione
φ la dimensione angolare del soggetto in radianti
Δφ le variazioni di dimensioni angolari del soggetto in radianti
ζ la dimensione in mm sul negativo o sul sensore
Δζ le variazioni di dimensioni in mm sul negativo o sul sensore
F la lunghezza focale espressa in mm equivalente al formato 35mm dell’obiettivo
Ω le velocità angolari
C il circolo di confusione fotografico (per le mie stampe e la mia macchina fotografica)
τ il tempo massimo di esposizione in secondi

La dimensione angolare di un oggetto è definita:
φ = 2 * atan (D / 2 / L)
La dimensione degli oggetti sul negativo (ma è lo stesso per tutti i sensori) in funzione della dimensione angolare è:
ζ = 2 * F * tan ( φ / 2 )
La dimensione di un oggetto su una stampa è direttamente proporzionale all’ingrandimento della stampa rispetto al negativo (sensore) definito come rapporto tra le diagonali.
Le velocità della luna sono:
Ω rivoluzione = 360 gradi / 27,292 giorni
Ω rotazione = 360 gradi / 1 giorno
La velocità totale è, nelle condizioni peggiori, la somma algebrica delle due:
Ω ≈ 373 gradi / 1 giorno
La componente di rotazione è di un ordine di grandezza più grande, quindi è il più importante.
Se si accetta come massimo mosso il valore del circolo di confusione (usiamo qui il valore conservativo per un sensore tipo Canon 30D) avremo:
Δζ = C = 0.015 mm
Δφ = 2 * atan ( Δζ / 2 / F ) ≈ Δζ / F
L’approssimazione è possibile perchè Δζ / F è piccolo. Il tempo massimo:
τ = Δφ / Ω = Δζ / F / Ω ≈ 200 / F
La semplice espressione mostra che il tempo massimo di esposizione della luna è inversamente proporzionale alla lunghezza focale, ma dipende anche dalla macchina usata e dal supporto finale attraverso il valore del circolo di confusione.

Il circolo di confusione
In ottica è il più piccolo cerchio che l’occhio umano riesce a distinguere ad una determinata distanza. Sul valore del circolo c’è una grande… confusione. Non c’è un valore universalmente riconosciuto ed è sostanzialmente determinato sulla base di considrazioni medie dell’occhio umano. Molti (anche io) prendo per buona questa definizione: un normale occhio umano distingue 5 linee per millimetro. Un piccolo atto di fede, via! Il valore è quindi 0.2 millimetri per ogni linea.
Le mie stampe non sono mai più grosse di una fotografia 20×30 centimetri (diagonale 360.6 mm), la mia macchina fotografica ha un sensore di 14.8×22 millimetri (diagonale 26.5 mm), il mio rapporto di ingrandimento è:
R = 360.6 mm / 26.5 mm = 13.6
ed ecco che il mio valore fotografico del circolo di confusione è:
C = 0.2 mm / 13.6 = 0.015 mm
Se usassi una macchina diversa e stampassi dei poster otterrei un valore di C diverso e in definitiva un valore diverso del tempo massimo di esposizione (ndr: nel caso di pellicole le dimensioni del sensore diventano le dimensioni del fotogramma).